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MEDITERRANEO: LA CENTRALITA’ RITROVATA - Gli investimenti turistici in Sicilia e in Tunisia

25-mar-2008

Passata la sbornia delle candidature, s’attendono i programmi. Sperando che qualche clone siculo non imiti il gesto, terribile e inquietante, del signor Berlusconi.

Programmi seri, fattibili. Non slogan propagandistici e nemmeno l’elencazione oziosa, scopiazzata delle tantissime cose da fare.

Servirebbero, cioè, quattro cinque idee forti, selettive capaci di delineare un processo virtuoso che proietti la Sicilia in senso bi-direzionale: verso l’Europa e il Mediterraneo.

Misure incisive per liberare, gradatamente, la Regione di tutta la zavorra accumulata e affidarle un ruolo dinamico, in sintonia con talune tendenze che vedono il Mediterraneo, finalmente, divenire punto di congiunzione attiva di tre continenti: Asia, Africa e Europa.

Nel bene e nel male, il Mediterraneo sta recuperando la centralità perduta a seguito della scoperta dell’America. Credo che s’andrà oltre la realtà del 1492, giacché allora non c’erano il canale di Suez e le attuali immense risorse da trasportare e scambiare da e verso l’Asia.

Non so a voi, ma a me - che da decenni vado prefigurando questo tipo di evoluzione - fa rabbia vedere la Sicilia, che del Mediterraneo è luogo baricentrico, impreparata, inerte davanti ai nuovi scenari, alle grandi opportunità che si profilano: dalla zona di libero scambio euromediterranea alle nuove relazioni economiche fra Europa e Asia, alla gran massa di petrodollari dei paesi del Golfo che si orientano verso il Mediterraneo e l’Africa del nord.

Insomma, mentre intorno all’Isola tutto è in movimento, il ceto dominante locale è rimasto fermo ad implorare un posto fra le regioni dell’obiettivo 1, cioè fra i poveracci dell’U.E.

Ancora nel segno del clientelismo sprecone che ha divorato una caterva di miliardi di fondi comunitari, spesi in mille rivoli o non spesi affatto, cui seguirà un’altra più appetitosa, a copertura del periodo 2007-13. Il tempo della nuova legislatura.

Non a caso, il centro-destra siciliano (in difformità dello schema nazionale) si è accordato per spartirsi la colossale torta, alla quale spera di aggiungere i miliardi del ponte sullo stretto.

Per il Mediterraneo invece solo parole e nessuna idea seria, lungimirante.

A cominciare dal settore del turismo, in forte espansione in tutto il bacino, tranne in Sicilia dove gli investimenti privati arrivano col contagocce e quando qualcosa arriva è costretta a dimenarsi fra mille difficoltà. Come nel caso del resort di lusso che sta sorgendo fra Sciacca e Ribera per iniziativa della “Rocco Forte” la quale minaccia di mollare tutto a causa dell’ennesima interruzione dei lavori.

Stiamo parlando di un investimento di oltre 120 milioni (in parte sovvenzionato dallo Stato) che tante speranze ha suscitato nella zona.

Eppure, nei confronti di questa iniziativa si sono abbattute diverse inchieste della magistratura sollecitata da una ventina di esposti presentati da varie associazioni ambientaliste. L’ultima per la realizzazione abusiva di un paio delle 18 buche del campo di golf.

Certo la legge è legge, anche quando equipara una buca da golf ad un edificio.

Così, per far realizzare le due buche a sir Rocco Forte bisogna modificare la vecchia legge che l’Ars, in tutt’altre faccende affaccendata, non ha modificato prima di sciogliersi.

Con ciò - sia chiaro - non si vuol secondare il suo mancato rispetto, ma semplicemente auspicare una razionalità, un'intelligenza della legge che deve garantire l’equilibrio fra giusta tutela dei luoghi e crescita sostenibile del turismo e di altre attività.

Un percorso certo non facile. Ma qui sta il senso delle nuove sfide per una regione davvero riformata. La politica, le forze sociali, le stesse associazioni ambientaliste dovrebbero di più, e in linea preventiva, farsi carico di tali problemi, anche per evitare che, in casi come questo, si possa pensare ad una sorta di “accanimento ambientalista”.

Tutto ciò accade a Sciacca per un resort di 120 milioni di euro. Vediamo ora cosa succede a poco più di 200 km, sulla riva opposta, in Tunisia, dove sono in arrivo investimenti per decine di miliardi di dollari. La gran parte provengono dai paesi del Golfo che non sanno più dove allocare il surplus monetario derivato dai vertiginosi aumenti dei prezzi del petrolio.

Rilevante è il caso degli Emirati arabi che hanno deciso di puntare sulla Tunisia e su altri paesi nordafricani, nostri dirimpettai.

Negli stessi giorni in cui a Sciacca la gente scendeva in piazza per tentare di trattenere la Rocco Forte, a Tunisi si sottoscrivevano le intese governative per un nutrito pacchetto di progetti proposti da diverse società degli Emirati. Alcuni davvero eclatanti:

- “Al Maabar international Investments”, prevede d’investire di 10 miliardi di dollari (mld$) per realizzare il suo più grande progetto immobiliare sul continente africano;

- “Sama Dubai” ne investirà 14 per realizzare, sul lago sud di Tunisi, l’avveniristico progetto della “Città del secolo”;

- “Emiratie Emaar” ha stanziato 1,8 mld$ per costruire, sempre ai bordi del lago di Tunisi, il “Marina Al Qoussour” ossia 4000 siti residenziali, sei grandi alberghi a mare, un porticciolo turistico con 315 posti-barca, diversi centri sportivi e club d’intrattenimento;

- il gruppo “Boukther” investirà 5 mld$ per la creazione della nuova città dello sport nel parte nord del lago di Tunisi.

In totale 31 miliardi di petrodollari sonanti che produrranno redditi e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Una presenza, forse, troppo invasiva che abbiamo richiamato non per proporla come modello, ma per dare un’idea della dimensione dei flussi finanziari e dei progetti con i quali si dovrà confrontare la Sicilia.

Agostino Spataro*
Direttore “Informazioni on line dal Mediterraneo”
www.infomedi.it

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