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le vecchie di natale

13-nov-2002

Viviamo in un tempo caratterizzato da mutamenti e da effimere quanto inconsistenti forme di memoria individuale e di gruppo.

Comportamenti in rapida evoluzione, disancorati dal peso delle tradizioni, connotano anche il vissuto sociale della nostra Isola.

Nei suoi contesti tradizionali tuttavia si manifestano momenti di consapevole resistenza a una "modernità" che, per essere consumabile, ha bisogno di negare immagini troppo forti o durature della propria identità. In tale orizzonte ideologico, del resto, il folklore è stato fatto oggetto di una crescente promozione turistica, caratterizzata da visioni estetizzanti e superficiali, adeguate a non "lasciare il segno" nel vasto e variegato pubblico dei fruitori. Di segni invece radicati e tenaci, perché elaborati collettivamente in tempi lunghi e atti a sfidare i cambiamenti, è composta la cultura dei siciliani che vivono e lavorano nei rioni e nei mercati popolari delle città o dei piccoli centri.

Il valore di questi segni costruttori di memoria non appare oggi soltanto campo delle analisi di storici e antropologi. Sempre più forte si pone l'esigenza dei ceti tradizionali di autorappresentarsi come detentori di un patrimonio di pratiche cerimoniali, ludiche ed ergologiche che hanno fatto, insieme ad altre, la storia della Sicilia. In questa dimensione le feste si ostentano, più che in passato, come luogo privilegiato per l'esercizio di molteplici negoziazioni dell'identità locale. Non potrebbe essere altrimenti, dal momento che esse costituiscono i serbatoi più ricchi di un sapere in grado di qualificare ancora attori e partecipanti di fronte alla comunità. Oggi l'esigenza mediatica di "stare sulla scena" genera alcune delle dinamiche di cambiamento cui, a livello di superficie, le feste sembrano sottoposte. Viceversa, la stessa natura pubblica e comunitaria dello spazio in cui annualmente esse prendono forma condiziona il permanere delle loro strutture profonde.

Esiti di una prassi dalla lunga durata, le celebrazioni tradizionali rispondono a quel bisogno di produzione simbolica e di orientamento collettivo nella realtà che sono alla base di ogni cultura.

Grazie alle loro stratificazioni semantiche, le feste comunicano esperienze fondamentali sul mondo: la sua rigenerazione, il suo rinascere secondo processi di ciclica ripetizione. Se anche i contesti storici ed economici, preagrari e agrari, che le hanno generate dovessero diventare solo un referente ormai inconsapevole, il senso del rinnovamento perenne della vita (cosmica e umana), trasmesso attraverso le immagini festive, continuerebbe a svolgere le sue funzioni fondanti: di propiziazione del futuro, di sconfitta incessante della morte.

L'intenso impatto emotivo e simbolico delle liturgie tradizionali rende conto quindi del loro permanere e anzi del loro moltiplicarsi nella società attuale, dominata dalle macchine. Il tempo della festa apre infatti a una dimensione speciale dell'esistere, in cui il corpo, il cibo, il dono divengono elementi di un diverso codice di accesso alla realtà, al sacro. Così è in Sicilia nelle feste di tutto il ciclo annuale, in cui l'albero o la spiga, le fave verdi, gli agrumi e i pani, che adornano i simulacri recati in processione o le tavole votive dedicate ai patroni, alludono ancora alla "verità" dell'eterno ricominciamento dei cicli stagionali e vitali. Come le numerose maschere, in forma animale (l'Orso di Saponara e il Cammello di Casalvecchio, in prov. di Messina; il Serpente di Butera, in prov. di Agrigento) o di demoni agrari (il Foforio di Mezzojuso e i Diavoli di Prizzi, in prov. di Palermo; i Giudei di San Fratello, in prov. di Messina, il Nardu di Sant'Elisabetta, in prov. di Agrigento) che continuano a proporsi come segni della potenza rigeneratrice della natura. Non diversamente, per il valore sacrale connesso al cibo (ricettacolo di energie), il consumo di grandi quantità di alimenti caratterizza in chiave augurale le celebrazioni festive. L'abbondanza goduta collettivamente, anche attraverso i circuiti cerimoniali del dono fra parenti e amici, fonda e rinsalda la solidarietà sociale.

In tale universo ideologico, non è un caso che le donne assumano uno statuto particolare. In quanto procreatrici, esse sono associabili infatti sul piano simbolico alle forze cosmogoniche - il seme, l'uovo - e agli emblemi della vita potenziata espressi dall'abbondanza alimentare e in genere dalla ricchezza. Così i loro compiti rituali, tra cui le questue di cibo e denaro effettuate per soddisfare un voto, insistono sul modulo centrale del potere degli alimenti, del valore della nutrizione e della continuità sociale.

La simbologia arcaica incentrata tenacemente sulle immagini della fecondità e del rinnovamento, ancora oggi ovunque attestabile in Sicilia, giustifica quindi la ridondanza dei tratti comportamentali e simbolici che caratterizzano l'intero ciclo calendariale. In modo emblematico consente di cogliere il significato profondo di certe figure femminili che ritornano anno dopo anno nello scenario delle celebrazioni natalizie e, sia pure residualmente, nel panorama di molte altre feste.

Esse appaiono nelle drammatizzazioni di fine-reinizio di un ciclo. Vecchia, Vecchia strina, Strina, Vecchia di Natali o di Capudannu, Carcavecchia, Nunna vecchia sono le denominazioni locali più comuni di una maschera, un tempo presente in tutta la Sicilia nelle notti del 24, 31 dicembre e 6 gennaio e nel periodo di Carnevale-Quaresima, in cui assumeva la denominazione di Nanna, Sarramònica o Coraìsima. La Vecchia appare correlata alle strenne e, oggi in modo privilegiato ma non esclusivo, ai bambini. Condivide ovviamente la sua identità profonda con la più nota Befana (Tufània) apportatrice di doni e paurosa abbastanza da competere con lei nell'elargizione di carboni neri quanto le colpe dei piccoli disubbidienti.

La Vecchia ha però qualcosa in più. Se giunge di notte non lo fa sempre silenziosamente, anzi il suo arrivo è caratterizzato da frastuoni assordanti realizzati con gli strumenti più vari (corni di bue, cerbottane e buccìni di mare, campanacci, padelle, pentole e casseruole), da grida acute e da fischi da abisso infernale. Così era a Mezzojuso, quando la sera del 24 dicembre irrompeva il fantoccio di una vecchia grinzosa e lacera, o ad Alia (Pa) dove un uomo travestito, con bisaccia a tracolla e rocca e fuso in mano, veniva annunciato dal chiasso provocato da zufoli e tamburelli.

Piuttosto che essere "ignorata" dagli ansiosi destinatari dei suoi regali, come la Befana (pena il castigo!), la Vecchia ama essere chiamata a squarciagola, anzi invocata e richiesta di doni. A Isnello (Pa) la notte del 31 dicembre i contadini questuavano infatti alimenti di porta in porta secondo una formula tradizionale che evidenziava nella Nunna vecchia la vera fonte delle elargizioni. La stessa Nunna ama del resto raccoglierne per le strade, come avveniva ad Alia o a Gratteri (Pa) dove, fino agli anni Sessanta, la notte di Capodanno tante erano le Vecchie che giravano nei quartieri per richiedere cibi. Oggi è la maschera che cavalca su un asino, in mezzo a un corteo rumoroso, a lanciare sulla folla caramelle, dolci tipici e frutta secca acquistati dalla Pro Loco. Il corteo è sicuramente uno dei tratti costanti dello scenario rituale in cui questa figura prende forma.

Ad accompagnarla sono sempre brigate di ragazzini e giovani che la tradizione vuole siano suoi figli, "i figghi dâ Strina". A Strina, a Strina! è del resto la formula intonata da svariati gruppi di monelli, un tempo anche di adulti, che vanno in giro a questuare dolci, frutta secca e denaro, ammassati in un paniere o in un sacco per una scorpacciata finale.

Con la sua controfigura mitica - la Befana - la Vecchia condivide però alcuni tratti. Ama sbucare, da Natale all'Epifania, da grotte, monti, castelli dirupati, guidando carovane di muli carichi di beni (rètini) che poi distribuirà. Il suo aspetto ugualmente pauroso - malgrado l'allegria con cui viene accolta - è reso minaccioso, con più pregnanza di quanto non facciano i dispetti o le punizioni della Befana, dalla credenza che una volta le Vecchie filassero lunga o breve, a seconda dei comportamenti, la vita degli umani.

Un pò benefattrici, un pò Parche dunque le Strine siciliane, che con tante altre entità consimili, più antiche e recenti, mediterranee ed europee, condividono statuto e funzioni simboliche. La loro contiguità con il tempo e lo spazio liminari (le notti, i luoghi selvaggi), con i frastuoni caotici ma festosi, con i colori della morte (il bianco o il nero dei loro mantelli) ma anche con gli odori della vita (i cibi e i dolci speziati elargiti in dono), queste portatrici di strenne (da qui la nostra strina e la strenua dei Romani) alludono all' eterno trascorrere dell'anno dalla fine all'inizio, dalla chiusura alla sua augurale riapertura.

Le modalità qualificanti queste maschere, le cui azioni festive non debbono essere scisse dal sistema di credenze ancora oggi radicato nell'immaginario folklorico, rimandano all'orizzonte simbolico della Grande Dea, figura antropomoffizzata dell'intera natura che in sé contiene vita e morte e il loro reciproco generarsi. I segni di questo codice antichissimo ma continuamente rifunzionalizzato, che traducono l'esperienza di un "principio" vitale perennemente riproducentesi, appaiono imperniati sulla divina facoltà di stimolare e distruggere ciclicamente la crescita, l'abbondanza, la varietà delle forme naturali. Fertilità e ambivalenza connotano dunque l'antica Dispensatrice in una dimensione simbolica che ne ha rappresentato, durante un tempo lunghissimo, i volti cangianti e molteplici e il patrocinio su ogni aspetto dell'esistente. Ecco perché assumono ancora oggi valore di propiziazione le pupe e pupidde di pasta o di zucchero donate e consumate in Sicilia nei rituali funebri, da Natale a Capodanno o in alcune feste patronali, in prossimità della conclusione-ricominciamento di un ciclo. Le bambole di pasta in sembianze giovanili, le Vècchie cariche di alimenti, questuati o tratti dalle viscere della terra, veicolano il medesimo significato: assumere in sé o ostentare nello spazio socializzato il principio procreatore per eccellenza, il principio femminile (anche quando paradossalmente a rappresentarlo nella scena rituale è un uomo, come avviene tuttora a Gratteri).

La Vecchia di Natale - tempo di ogni rinascita - coniuga dunque l'aspetto fecondante della moltiplicazione, grazie alla sua associazione con la copiosità alimentare, e quello dell'esaurimento energetico, tramite la sua figurazione di Anziana. Vecchia i Natali mancia pira cotti! si gridava infatti a Ciminna per enfatizzarne la bruttezza e la mancanza di denti.

Donatrice di vita, essa è anche regolatrice dei destini, nel suo aspetto di Parca. Se condivide quindi con la Befana, Babbo Natale, San Nicola e i Morti, sue controfigure più o meno addomesticate, lo statuto di antenata apportatrice di beni, il sistema di credenze e di leggende ancora attuale in Sicilia ne denuncia qualità più complesse e totalizzanti. Non è un caso che l'aspetto "materno" della Strina venga tuttora marcato dalla rappresentazione che rende suoi figli, numerosi e anonimi (una vera folla!), coloro che evocandola richiedono e ottengono doni (come a Vicari e a Isnello).

Lo stesso formulano tipico dei questuanti continua a correlare, sia pure in chiave ludica, la sua figura con l'idea della procreazione.

A Calamonaci (Ag), le strofe intonate dai bambini durante i giri di raccolta contengono maledizioni e invettive, per coloro che non manifestano la dovuta prodigalità, anche a sfondo sessuale.

Così essi cantano di porta in porta: La strina, la strina / la bedda matina. // S'un nni dati un cicireddu / vostru maritu cci cadi l'aceddu. // S'un nni lu dati ora ora / vostru maritu vi ietta fora.// La strina! Buon anno! (La strenna, la strenna / la bella mattina. // Se non ci date un cece [metaforico per "piccolo dono"] / a vostro marito cade l'uccello. // Se non ce lo date subito / vostro marito vi butta fuori. // La strenna! Buon anno!).

Strina e contemporaneamente stria (strega), questa maschera rituale perpetua ancora (insieme ad altre) un linguaggio cerimoniale in cui, tra augurio e minaccia, la vita continuamente si celebra, la morte si sconfigge.

Fatima Giallombardo

Articolo © La Sicilia Ricercata

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