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Il PD e i suoi due mariti

23-giu-2010

Per come si sono messe le cose, la questione del Pd è prepotentemente al centro dell’intricata situazione politica siciliana.

Dagli esiti del suo travaglio interno, infatti, potranno dipendere le sorti dell’attuale governo Lombardo e le prospettive più generali della regione.

Perciò, è utile riflettere sul Pd della Sicilia (non ancora “siciliano” come l’intende l’on. Lumia) che sembra stia entrando nell’occhio di un ciclone devastante che potrebbe frantumarlo in tre o più gruppi.
 
Da tempo, è stato piantato il seme della divisione, tuttavia il suo germoglio può essere impedito.
 
Se vuole, il Pd può sottrarsi alle tentazioni, agli effetti disastrosi della strategia neo-autonomista di Lombardo che per affermarsi ha bisogno di spaccare i partiti presenti all’Ars.
 
Ieri é toccato al PdL, oggi è la volta del Pd ad entrare nel vortice della divisione interna.
 
Si punta a destrutturare i due partiti che nell’attuale sistema politico-elettorale rappresentano i principali soggetti aggreganti dei due poli destinati ad alternarsi alla direzione della cosa pubblica, anche nell’Isola.
 
Certo, i partiti, specie in Sicilia, abbisognano di essere riformati, ri - orientati verso la società reale, rinnovati radicalmente nei loro gruppi dirigenti, tuttavia vanno conservati perché sono l’architrave della democrazia. 
 
Altrimenti, cosa avremo al posto dei partiti?
 
Il caos qualunquistico e/o il deserto dominato da un partito di sabbia come quello del Sud di cui Lombardo parla a mesi alterni. Avendone parlato a maggio, a giugno se n’è persa traccia. Anche perché Micciché, suo principale alleato, ha rinunziato al “progetto” per rientrare nella casa madre.
 
Fallita l’ipotesi del “partito del sud”, si dovrà ritornare alla logica dei due poli; al centro destra e al centro sinistra, dentro i quali ciascun partito deve collocarsi con chiarezza. Compreso il MpA di Lombardo che, certo, non potrà pensare di sfidare, da solo, i due titani. 
 
Lo stesso Pdl, prima o poi, troverà un modus vivendi. Com’è successo, nei giorni scorsi, al comune di Agrigento dove gli uomini del ministro Alfano e dell’assessore Cimino (rivali alla Regione) hanno dato vita a una giunta monocolore PdL, diretta da un sindaco eletto da uno schieramento di forze di centro-sinistra.    
 
Bizzarrie della politica? A me sembrano indizi di uno scenario altamente probabile, specie se dovesse verificarsi un’interruzione anticipata della legislatura.
 
Perciò, il Pd non può restare nell’equivoco e ridursi- come oggi appare- al ruolo di partito-gregario di una cellula impazzita del centro-destra.
 
Certo, le ambizioni umane sono importanti, ma molto più importante è la missione politica che questo partito è destinato a svolgere, anche in Sicilia, quale principale forza aggregante del polo alternativo al centro-destra.
 
La crisi incalza e il Pd non può continuare a sfogliare la margherita “Lombardo si, Lombardo no”.
 
Né pensare come la Dona Flor di Jorge Amado di avere “due mariti”: uno defunto che le ricordava le grandi passioni del passato e un altro vivente che le consentiva di sbarcare il gramo lunario.  
 
Il Partito Democratico dovrebbe ricollocarsi al posto assegnatogli dagli elettori, cioè all’opposizione, senza più inseguire Lombardo, ma cominciando a preparare il dopo-Lombardo. Poiché questo è il problema. 
 
Ovviamente, nulla impedisce a una opposizione responsabile, perdurando l’attuale governo, di proporre e/o sostenere, in sede parlamentare, provvedimenti di autentica riforma sociale e amministrativa e di tutela degli interessi popolari e dei ceti produttivi. Come pare suggerire la recente dichiarazione del segretario Lupo. 
 
Certo, il centro destra nel suo complesso è forte, ma è anche spaccato e comincia a risultare inviso a taluni settori illusi dagli sconsiderati ottimismi dei suoi leader. Per i siciliani i bilanci di questi governi sono a dir poco deludenti.
 
La regione è imballata, prigioniera della sua anomalia politica e delle sue disfunzioni amministrative. I fondi Fas non arrivano, ma non si riesce a spendere le risorse disponibili. 
 
Sono davvero pochi i risultati apprezzabili.
 
La stessa vicenda dei “precari storici”, agitata come prima emergenza, potrebbe arenarsi nelle secche di un rapporto difficile col governo Berlusconi. 
 
Ne sembra convinto anche l’assessore Cimino il quale, dopo l’incontro con Tremonti, ha dichiarato in tv (Teleacras) che “la via della deroga al patto di stabilità non sembra quella più indicata per risolvere il problema”.    
 
Per questi e altri motivi si può aprire nel blocco sociale del centro-destra una salutare rottura che il centro-sinistra dovrebbe riuscire a intercettare, trasformandola in istanza di cambiamento, per allargare le basi del suo consenso elettorale. 
 
Agostino Spataro
  
* pubblicato, con altro titolo, in “La Repubblica” del 23 giugno 2010PD e i suoi due mariti 
 
di Agostino Spataro
Per come si sono messe le cose, la questione del Pd è prepotentemente al centro dell’intricata situazione politica siciliana.
Dagli esiti del suo travaglio interno, infatti, potranno dipendere le sorti dell’attuale governo Lombardo e le prospettive più generali della regione.
Perciò, è utile riflettere sul Pd della Sicilia (non ancora “siciliano” come l’intende l’on. Lumia) che sembra stia entrando nell’occhio di un ciclone devastante che potrebbe frantumarlo in tre o più gruppi.
Da tempo, è stato piantato il seme della divisione, tuttavia il suo germoglio può essere impedito.
Se vuole, il Pd può sottrarsi alle tentazioni, agli effetti disastrosi della strategia neo-autonomista di Lombardo che per affermarsi ha bisogno di spaccare i partiti presenti all’Ars.
Ieri é toccato al PdL, oggi è la volta del Pd ad entrare nel vortice della divisione interna.
Si punta a destrutturare i due partiti che nell’attuale sistema politico-elettorale rappresentano i principali soggetti aggreganti dei due poli destinati ad alternarsi alla direzione della cosa pubblica, anche nell’Isola.
Certo, i partiti, specie in Sicilia, abbisognano di essere riformati, ri - orientati verso la società reale, rinnovati radicalmente nei loro gruppi dirigenti, tuttavia vanno conservati perché sono l’architrave della democrazia. 
Altrimenti, cosa avremo al posto dei partiti? 
Il caos qualunquistico e/o il deserto dominato da un partito di sabbia come quello del Sud di cui Lombardo parla a mesi alterni. Avendone parlato a maggio, a giugno se n’è persa traccia. Anche perché Micciché, suo principale alleato, ha rinunziato al “progetto” per rientrare nella casa madre.
Fallita l’ipotesi del “partito del sud”, si dovrà ritornare alla logica dei due poli; al centro destra e al centro sinistra, dentro i quali ciascun partito deve collocarsi con chiarezza. Compreso il MpA di Lombardo che, certo, non potrà pensare di sfidare, da solo, i due titani. 
Lo stesso Pdl, prima o poi, troverà un modus vivendi. Com’è successo, nei giorni scorsi, al comune di Agrigento dove gli uomini del ministro Alfano e dell’assessore Cimino (rivali alla Regione) hanno dato vita a una giunta monocolore PdL, diretta da un sindaco eletto da uno schieramento di forze di centro-sinistra.    
Bizzarrie della politica? A me sembrano indizi di uno scenario altamente probabile, specie se dovesse verificarsi un’interruzione anticipata della legislatura.
Perciò, il Pd non può restare nell’equivoco e ridursi- come oggi appare- al ruolo di partito-gregario di una cellula impazzita del centro-destra.
Certo, le ambizioni umane sono importanti, ma molto più importante è la missione politica che questo partito è destinato a svolgere, anche in Sicilia, quale principale forza aggregante del polo alternativo al centro-destra.
La crisi incalza e il Pd non può continuare a sfogliare la margherita “Lombardo si, Lombardo no”.
Né pensare come la Dona Flor di Jorge Amado di avere “due mariti”: uno defunto che le ricordava le grandi passioni del passato e un altro vivente che le consentiva di sbarcare il gramo lunario.  
Il Partito Democratico dovrebbe ricollocarsi al posto assegnatogli dagli elettori, cioè all’opposizione, senza più inseguire Lombardo, ma cominciando a preparare il dopo-Lombardo. Poiché questo è il problema. 
Ovviamente, nulla impedisce a una opposizione responsabile, perdurando l’attuale governo, di proporre e/o sostenere, in sede parlamentare, provvedimenti di autentica riforma sociale e amministrativa e di tutela degli interessi popolari e dei ceti produttivi. Come pare suggerire la recente dichiarazione del segretario Lupo. 
Certo, il centro destra nel suo complesso è forte, ma è anche spaccato e comincia a risultare inviso a taluni settori illusi dagli sconsiderati ottimismi dei suoi leader. Per i siciliani i bilanci di questi governi sono a dir poco deludenti.
La regione è imballata, prigioniera della sua anomalia politica e delle sue disfunzioni amministrative. I fondi Fas non arrivano, ma non si riesce a spendere le risorse disponibili. 
Sono davvero pochi i risultati apprezzabili.
La stessa vicenda dei “precari storici”, agitata come prima emergenza, potrebbe arenarsi nelle secche di un rapporto difficile col governo Berlusconi. 
Ne sembra convinto anche l’assessore Cimino il quale, dopo l’incontro con Tremonti, ha dichiarato in tv (Teleacras) che “la via della deroga al patto di stabilità non sembra quella più indicata per risolvere il problema”.    
Per questi e altri motivi si può aprire nel blocco sociale del centro-destra una salutare rottura che il centro-sinistra dovrebbe riuscire a intercettare, trasformandola in istanza di cambiamento, per allargare le basi del suo consenso elettorale. 
 
 
Agostino Spataro
  
* pubblicato, con altro titolo, in “La Repubblica” del 23 giugno 2010

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