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borges, viaggio nella sicilia del mito

2-nov-2010

La “Rosa d’oro” palermitana 
(di ritorno da Buenos Aires)
 
“Ricordo che Borges era molto contento di andare in Sicilia. Per lui era una sorta di viaggio iniziatico alla scoperta di Palermo, la città da cui si origina il nome del suo barrio natale, e dell’Isola di Omero e dei filosofi greci a lui tanti familiari, fin da bambino.”
 
Così Maria Kodama, vedova di Jorge Luis Borges, mi parla del loro viaggio a Palermo, in Sicilia, nel marzo del 1984 dove il grande scrittore e poeta argentino fu insignito de “La rosa d’oro” un premio istituito dalla casa editrice palermitana “Novecento”.
 
La signora Kodama è stata per lo scrittore compagna di vita e di lavoro, collaboratrice preziosa e intelligente; e anche la vista dei suoi occhi spenti.
 
Oggi, è la più fedele custode dei suoi ricordi; vive per Borges, per far conoscere la sua vasta opera, il suo pensiero. A questo scopo, oltre a dare interviste e a presenziare a premi e a simposi in giro per il mondo, ha creato, a Buenos Aires, il Museo e la Fundacion internacional J.L.Borges.
 
E visitando il Museo, dove è esposta in bella vista la Rosa d’oro palermitana, mi è venuta l’idea di domandarle un’intervista.
 
Occupatissima fra conferenze e preparativi per il suo nuovo giro europeo saltò l’appuntamento. In cambio mi propose di fare l’intervista sul taxi che, l’indomani, l’avrebbe condotta all’aeroporto da cui doveva imbarcarsi per Francoforte dov’era attesa per la fiera del libro e - come abbiamo appreso dopo - per firmare un poderoso contratto con la Random House Mondadori che, dal 2011, potrà pubblicare in esclusiva tutte le opere dello scrittore in lingua spagnola.
 
Una divertente intervista in taxi
 
Sulle prime mi parve un’idea stravagante. In realtà, si rivelerà un’occasione stimolante, perfino divertente, che meglio mi ha fatto cogliere il senso più intrinseco ed umano delle giornate siciliane di Borges, anche negli aspetti più minuti e aneddotici.
 
E così, armato di un fiammante registratore, partiamo da calle Rodriguez Pena, di corsa, verso l’aeroporto. Ci accompagna la signora Nicoletta De Guglielmi, dell’ambasciata italiana, che gentilmente ci fa da interprete.
 
Maria Kodama ora appare serena, disponibile. La sua figura esile, stretta in una tunica candida, risplende della luce eburnea, abbagliante di questa Buenos Aires fervorosa, creativa ma sempre un po’ inquieta.
 
Mentre l’auto svicola nel traffico torrenziale dell’Avenida 9 de Julio (la più larga del mondo) cominciamo a parlare della Sicilia.
 
La signora Kodama si abbandona ai ricordi, ancora nitidi, minuziosi. Dopo ventisei anni, ne conserva una memoria davvero formidabile. 
 
Parla di fatti specifici e cita nomi di persone e di luoghi come se l’avesse incontrati il giorno prima: Villa Igiea, via Libertà, Agrigento, Selinunte, Domitilla Alessi e Umberto di Cristina (una pareja meravigliosa, dice), Ferdinando Scianna, ecc.
 
Mi prega di non registrare perché desidera parlare liberamente di alcune battute ironiche di Borges, di taluni episodi un po’ farseschi capitati durante quel soggiorno. Al ristorante dell’aeroporto - promette - avremmo fatto l’intervista vera e propria. 
 
Ripongo l’aggeggio in tasca, senza accorgermi di non averlo saputo spegnere.
 
E così, senza volerlo, mi ritrovo, interamente registrato, il suo resoconto del viaggio di Borges in Sicilia, impreziosito da commenti, battute e tante belle risate che - credo - sia la parte più vivace e genuina della conversazione che purtroppo non sono autorizzato a divulgare. 
 
Perciò, accontentatevi dell’intervista all’aeroporto. 
 
L’arancia come rappresentazione del mondo
 
La prima domanda è d’obbligo: Borges, già completamente cieco, come percepì, come “vide” Palermo e i monumenti di Agrigento e Selinunte?
 
“Borges era dotato di una sensibilità speciale che gli permetteva di captare, di vedere le cose al di là delle parole e della vista. Fin da bambino, Borges aveva incamerato tante informazioni ed immagini che ora gli consentivano di “vedere” i monumenti, i templi greci…”
 
A proposito di questa sua precoce formazione la signora racconta un fatto - credo - inedito e alquanto singolare: “Per avviarlo alla cultura classica, alla metafisica il padre gli faceva il “gioco dell’arancia... Gli mostrava un’arancia e gli diceva “guardala bene e poi chiudi gli occhi e immagina. Cos’è l’arancia? La sua forma, il suo colore, il suo profumo…”  
 
Insomma, l’arancia come rappresentazione del mondo. 
 
“Il nome di Palermo gli ricordava il suo amato barrio natale, nel quale visse la sua infanzia, dove- come scrive nella “Fundacion mitica di Buenos Aires” - è nata la città. Per Borges, Buenos Aires non è nata a la Boca, ma a Palermo…”
 
La controversia ormai è chiarita giacché - come anche noi abbiamo accertato - la Palermo di Buenos Aires prende il nome da Juan Dominguez, uomo d’affari di Palermo, che nel 1582 si trasferì dalla Sicilia alle rive del rio de la Plata.
 
“I templi li ri-conosceva attraverso gli scritti dei filosofi dell’antichità.
Ha insistito per visitare le rovine di Agrigento, la patria di Empedocle, e di Selinunte. Mentre accarezzava le colonne mi chiese di leggergli qualche brano di Omero…Così Borges vedeva …”
 
Il Mediterraneo, il mare di Omero e di Virgilio
 
Oltre i templi c’è il Mediterraneo: il mare di Omero, di Virgilio e delle grandi civiltà.
 
Il Maestro volle vedere/toccare anche“ il mare, che è un deserto splendente, simbolo di cose che ignoriamo…”
 
Borges era molto felice - continua Maria Kodama - di questa visita siciliana e molto grato a Domitilla e a Umberto Di Cristina (conosciuti tramite Franco Maria Ricci) che avevano istituito il premio de “La rosa d’oro”praticamente per lui. Un omaggio al suo “La rosa profunda” nel quale Borges confessa di “avere perduto (con la vista n.d.r.) soltanto la vana superficie delle cose…e continua a pensare con le lettere e le rose…” 
 
“Si. Era sempre molto contento di visitare i musei. Mi diceva andiamo dai nostri amici…intendendo gli autori delle opere esposte. Al museo di Selinunte si emozionò mentre toccava i vasi, le statue scolpite 25, 20 secoli prima, toccate ed ammirate da migliaia di persone prima di lui.”
 
La tigre di Borges e la pantera dei palermitani
 
Anche Domenico Porzio, ch’era al seguito del poeta, ha sottolineato questa speciale sensibilità di Borges il quale, durante la visita al museo archeologico di Palermo, prese ad accarezzare un busto di Giulio Cesare recitando Skakespeare che - secondo lui - “doveva essere d’origine italiana giacché nella metafora tendeva troppo all’iperbole"…ed era “il meno inglese degli scrittori inglesi”.
 
Il racconto, gli aneddoti sono interessanti, ma il tempo stringe. Maria Kodama ora deve imbarcarsi sul suo volo.
 
Le chiedo del suo “giardino segreto” (la fotografia), dei suoi racconti inediti che sappiamo sono tanti ed anche molto belli. Mi risponde che ne ha pubblicato solo uno (“Il dinosauro”). Gli altri li tiene nel cassetto perché teme che qualcuno pensi che l’autrice non è Maria Kodama, ma la moglie di Jorge Luis Borges.
 
Avrei voluto domandarle un parere su cosa avrebbe pensato Borges, che amava tanto le tigri, di quei palermitani spaventati dalla pantera nera che, da qualche mese, appare e scompare come un fantasma in alcuni rioni di Palermo, quasi a voler turbare il sonno di questa città dolente e rassegnata. Ma la signora si è già avviata ai controlli. La saluto e le chiedo se vorrebbe tornare in Sicilia. “Se m’invitate, corro…”
 
Agostino Spataro
 
(pubblicato, con altro titolo, in “La Repubblica” del 26 ottobre 2010., VIAGGIO NELLA SICILIA DEL MITO
 
La “Rosa d’oro” palermitana 
(di ritorno da Buenos Aires)
“Ricordo che Borges era molto contento di andare in Sicilia. Per lui era una sorta di viaggio iniziatico alla scoperta di Palermo, la città da cui si origina il nome del suo barrio natale, e dell’Isola di Omero e dei filosofi greci a lui tanti familiari, fin da bambino.”
Così Maria Kodama, vedova di Jorge Luis Borges, mi parla del loro viaggio a Palermo, in Sicilia, nel marzo del 1984 dove il grande scrittore e poeta argentino fu insignito de “La rosa d’oro” un premio istituito dalla casa editrice palermitana “Novecento”. 
La signora Kodama è stata per lo scrittore compagna di vita e di lavoro, collaboratrice preziosa e intelligente; e anche la vista dei suoi occhi spenti.
Oggi, è la più fedele custode dei suoi ricordi; vive per Borges, per far conoscere la sua vasta opera, il suo pensiero. A questo scopo, oltre a dare interviste e a presenziare a premi e a simposi in giro per il mondo, ha creato, a Buenos Aires, il Museo e la Fundacion internacional J.L.Borges.
E visitando il Museo, dove è esposta in bella vista la Rosa d’oro palermitana, mi è venuta l’idea di domandarle un’intervista. 
Occupatissima fra conferenze e preparativi per il suo nuovo giro europeo saltò l’appuntamento. In cambio mi propose di fare l’intervista sul taxi che, l’indomani, l’avrebbe condotta all’aeroporto da cui doveva imbarcarsi per Francoforte dov’era attesa per la fiera del libro e- come abbiamo appreso dopo- per firmare un poderoso contratto con la Random House Mondadori che, dal 2011, potrà pubblicare in esclusiva tutte le opere dello scrittore in lingua spagnola.
 
Un divertente intervista in taxi
Sulle prime mi parve un’idea stravagante. In realtà, si rivelerà un’occasione stimolante, perfino divertente, che meglio mi ha fatto cogliere il senso più intrinseco ed umano delle giornate siciliane di Borges, anche negli aspetti più minuti e aneddotici.
 
E così, armato di un fiammante registratore, partiamo da calle Rodriguez Pena, di corsa, verso l’aeroporto. Ci accompagna la signora Nicoletta De Guglielmi, dell’ambasciata italiana, che gentilmente ci fa da interprete.
Maria Kodama ora appare serena, disponibile. La sua figura esile, stretta in una tunica candida, risplende della luce eburnea, abbagliante di questa Buenos Aires fervorosa, creativa ma sempre un po’ inquieta.
Mentre l’auto svicola nel traffico torrenziale dell’Avenida 9 de Julio (la più larga del mondo) cominciamo a parlare della Sicilia.
La signora Kodama si abbandona ai ricordi, ancora nitidi, minuziosi. Dopo ventisei anni, ne conserva una memoria davvero formidabile. 
Parla di fatti specifici e cita nomi di persone e di luoghi come se l’avesse incontrati il giorno prima: Villa Igiea, via Libertà, Agrigento, Selinunte, Domitilla Alessi e Umberto di Cristina (una pareja meravigliosa, dice), Ferdinando Scianna, ecc.
Mi prega di non registrare perché desidera parlare liberamente di alcune battute ironiche di Borges, di taluni episodi un po’ farseschi capitati durante quel soggiorno. Al ristorante dell’aeroporto- promette- avremmo fatto l’intervista vera e propria. 
Ripongo l’aggeggio in tasca, senza accorgermi di non averlo saputo spegnere.
E così, senza volerlo, mi ritrovo, interamente registrato, il suo resoconto del viaggio di Borges in Sicilia, impreziosito da commenti, battute e tante belle risate che- credo- sia la parte più vivace e genuina della conversazione che purtroppo non sono autorizzato a divulgare. 
Perciò, accontentatevi dell’intervista all’aeroporto. 
 
L’arancia come rappresentazione del mondo
La prima domanda è d’obbligo: Borges, già completamente cieco, come percepì, come “vide” Palermo e i monumenti di Agrigento e Selinunte?
“Borges era dotato di una sensibilità speciale che gli permetteva di captare, di vedere le cose al di là delle parole e della vista. Fin da bambino, Borges aveva incamerato tante informazioni ed immagini che ora gli consentivano di “vedere” i monumenti, i templi greci…”
A proposito di questa sua precoce formazione la signora racconta un fatto- credo- inedito e alquanto singolare: “Per avviarlo alla cultura classica, alla metafisica il padre gli faceva il “gioco dell’arancia... Gli mostrava un’arancia e gli diceva “guardala bene e poi chiudi gli occhi e immagina. Cos’è l’arancia? La sua forma, il suo colore, il suo profumo…”  
Insomma, l’arancia come rappresentazione del mondo. 
“Il nome di Palermo gli ricordava il suo amato barrio natale, nel quale visse la sua infanzia, dove- come scrive nella “Fundacion mitica di Buenos Aires”- è nata la città. Per Borges, Buenos Aires non è nata a la Boca, ma a Palermo…” (1) 
La controversia ormai è chiarita giacché- come anche noi abbiamo accertato (2)- la Palermo di Buenos Aires prende il nome da Juan Dominguez, uomo d’affari di Palermo, che nel 1582 si trasferì dalla Sicilia alle rive del rio de la Plata.
“I templi li ri-conosceva attraverso gli scritti dei filosofi dell’antichità.
Ha insistito per visitare le rovine di Agrigento, la patria di Empedocle, e di Selinunte. Mentre accarezzava le colonne mi chiese di leggergli qualche brano di Omero…Così Borges vedeva …”
 
Il Mediterraneo, il mare di Omero e di Virgilio
Oltre i templi c’è il Mediterraneo: il mare di Omero, di Virgilio e delle grandi civiltà.
Il Maestro volle vedere/toccare anche“ il mare, che è un deserto splendente, simbolo di cose che ignoriamo…”
Borges era molto felice- continua Maria Kodama- di questa visita siciliana e molto grato a Domitilla e a Umberto Di Cristina (conosciuti tramite Franco Maria Ricci) che avevano istituito il premio de “La rosa d’oro”praticamente per lui. Un omaggio al suo “La rosa profunda” (2) nel quale Borges confessa di “avere perduto (con la vista n.d.r.) soltanto la vana superficie delle cose…e continua a pensare con le lettere e le rose…” 
“Si. Era sempre molto contento di visitare i musei. “Mi diceva andiamo dai nostri amici…”intendendo gli autori delle opere esposte. Al museo di Selinunte si emozionò mentre toccava i vasi, le statue scolpite 25, 20 secoli prima, toccate ed ammirate da migliaia di persone prima di lui.”
 
La tigre di Borges e la pantera dei palermitani
Anche Domenico Porzio, ch’era al seguito del poeta, ha sottolineato questa speciale sensibilità di Borges il quale, durante la visita al museo archeologico di Palermo, prese ad accarezzare un busto di Giulio Cesare recitando Skakespeare che- secondo lui- “doveva essere d’origine italiana giacché nella metafora tendeva troppo all’iperbole…ed era “il meno inglese degli scrittori inglesi”. (4)
Il racconto, gli aneddoti sono interessanti, ma il tempo stringe. Maria Kodama ora deve imbarcarsi sul suo volo. Le chiedo del suo “giardino segreto” (la fotografia), dei suoi racconti inediti che sappiamo sono tanti ed anche molto belli. Mi risponde che ne ha pubblicato solo uno (“Il dinosauro”). Gli altri li tiene nel cassetto perché teme che qualcuno pensi che l’autrice non è Maria Kodama, ma la moglie di Jorge Luis Borges.
Avrei voluto domandarle un parere su cosa avrebbe pensato Borges, che amava tanto le tigri, di quei palermitani spaventati dalla pantera nera che, da qualche mese, appare e scompare come un fantasma in alcuni rioni di Palermo, quasi a voler turbare il sonno di questa città dolente e rassegnata. Ma la signora si è già avviata ai controlli. La saluto e le chiedo se vorrebbe tornare in Sicilia. “Se m’invitate, corro….”  
 
Agostino Spataro
 
(pubblicato, con altro titolo, in “La Repubblica” del 26 ottobre 2010.

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